
Ha debuttato il 26 marzo 2026, al Teatro Bellini di Napoli, Pite/Preljocaj/Tortelli, trittico d’autore di grande spessore che unisce tre grandi nomi della danza contemporanea internazionale: Crystal Pite, Angelin Preljocaj e Diego Tortelli, una produzione Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto, coproduzione Fondazione Teatro Comunale di Bologna. Lo spettacolo ‒ in scena al Bellini fino al 29 marzo 2026 ‒ racchiude tre coreografie che attraversano paesaggi interiori ed emotivi, in un percorso multidimensionale che esplora tre diverse modalità di intendere la scrittura coreografica contemporanea: Glory Hall/Reconciliatio/Solo Echo.
In apertura, la potenza emotivamente dirompente di Glory Hall, creazione per 16 danzatori su musiche di Goldspeed You! Black Emperor e Oneohtrix Point Never, in cui Diego Tortelli, attraverso una stratificazione di codici, costruisce un paesaggio coreografico che genera un flusso continuo, in cui il corpo non si limita a occupare lo spazio, ma lo struttura e lo mette in tensione, oscillando tra attrazione e resistenza. L’uso della musica non è illustrativo, ma architettonico: definisce spazi di attraversamento più che atmosfere. È qui che Aterballetto mostra la sua piena capacità di sostenere una fisicità estrema senza mai perdere la nitidezza del segno. Ogni gesto assume una duplice densità: è al contempo segno e intensità, traccia e impulso. La temporalità dell’opera non segue una linea narrativa, ma si dispiega in una serie di istanti sospesi. Spogliato di ogni retorica, il corpo diventa l’unico materiale di costruzione possibile, che, nel suo tendersi verso il limite, abita una zona di confine tra il sacro e il profano, in un’estetica della precisione quasi rituale.

Reconciliatio, di Angelin Preljocaj ‒ riallestimento dalla creazione del 2010 Suivront mille ans de calme ‒ produce uno slittamento radicale: dalla scrittura corale si entra in una camera di compressione relazionale. Sulle note della Sonata al chiaro di luna di Ludwig van Beethoven il passo a due rifugge ogni mero virtuosismo per concentrarsi sulla qualità dell’appoggio e della resistenza. Il gesto non aderisce mai completamente alla musica, la sfiora e quasi la contraddice. Beethoven è presente come memoria emotiva, ma non come vincolo narrativo. La coreografia si costruisce intorno a questo contrasto, facendo emergere la vulnerabilità dei corpi e la complessità delle relazioni. Così, la riconciliazione evocata dal titolo resta sospesa, irrisolta e, proprio per questo, profondamente contemporanea.
Solo Echo, di Crystal Pite, è ispirato alla poesia di Mark Strand, Lines for Winter, che invita alla resistenza interiore durante l’inverno, inteso sia come stagione reale sia come metafora dei momenti difficili: Dì a te stesso che, mentre il freddo arriva e il grigio cade dall’aria
continuerai a camminare, ascoltando la stessa melodia, ovunque tu ti trovi. In linea con il significato di questi versi, la coreografia lavora per sottrazione e sospensione, i movimenti sembrano emergere e dissolversi di continuo, ma ciò che colpisce, al di là della capacità di articolare il fraseggio sul respiro musicale di Johannes Brahms, è la qualità del tempo interno. Non è un tempo musicale, bensì un tempo cinestetico che si dilata e si contrae nella microdinamica dei gruppi.

Il corpo non rappresenta, ma trattiene: ogni caduta è differita, ogni contatto è un ritardo. L’ensemble costruisce una grammatica della perdita che evita qualsiasi compiacimento lirico, lavorando su una precisione quasi algoritmica della disgregazione. La neve evocata non è mai immagine, ma condizione percettiva. In questo senso, la coreografia si organizza come un sistema di soglie intermittenti: tra impulso e azione, tra gesto individuale e configurazione collettiva; una sorta di fenomenologia dell’apparire e dello scomparire, in cui la relazione tra i danzatori crea una serie di transiti instabili, come se il contatto tra i corpi servisse unicamente a rendere più evidente l’impossibilità di trattenere.
Il trittico mostra un arco drammaturgico implicito: dalla rarefazione alla densità, dall’interno all’esterno, dalla memoria al presente incarnato: il focus non è tanto sulla narrazione della danza, bensì sul senso da essa costruito, un campo di forze, un confronto intenso tra poetiche che non cercano sintesi, ma coesistenza. Lo spettatore non assiste a un tracciato definito, ma viene immerso in un flusso di tensioni e sospensioni, in cui la temporalità, il peso e lo spazio diventano linguaggio emotivo.
Lorena Coppola
Photo Credits: Christophe Bernard e Andrea Ranzi
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