
150 anni dopo la prima rappresentazione del Lago dei cigni, andata in scena al Teatro Bol’šoj di Mosca il 4 marzo 1877.
La coincidenza delle date è più di un anniversario. È una dichiarazione d’intenti. Perché scegliere proprio Il lago dei cigni per inaugurare una compagnia significa misurarsi con uno dei grandi archetipi del balletto classico e, nello stesso tempo, accettare la responsabilità di non trattarlo come un reperto da museo.
Xander Parish, che sarà direttore artistico e cofondatore dei Nouveaux Ballets Russes, ne firma infatti la nuova coreografia, mentre sul podio dell’Orchestra del Maggio ci sarà James Conlon. La regia sarà di Jean-Romain Vesperini, le scene di Bruno de Lavenère, il video design di Étienne Guiol e i costumi di Alain Blanchot.
È difficile non pensare, davanti al nome della nuova compagnia, a Sergej Djagilev. I Ballets Russes cambiarono la storia non soltanto perché portarono il balletto in nuovi teatri e in nuove città, ma perché compresero che la danza poteva diventare il punto d’incontro di linguaggi differenti.
Pittori, compositori, coreografi, costumisti, scrittori e scenografi entrarono in una stessa avventura creativa. Diaghilev non si limitò a produrre balletti: costruì un’idea moderna dello spettacolo.
È proprio quello spirito internazionale e multidisciplinare che i Nouveaux Ballets Russes dichiarano di voler raccogliere nel presente.
Ma c’è una differenza che merita attenzione. I Ballets Russes nacquero a Parigi, nel cuore della modernità artistica europea; questa nuova compagnia sceglie invece Firenze.
Non è una scelta casuale. La città del Rinascimento viene indicata dal progetto come luogo simbolico di una rinascita artistica, richiamando anche il rapporto fra le corti rinascimentali e le origini del balletto.
Il sovrintendente del Maggio, Carlo Fuortes, ha sintetizzato il parallelismo osservando che, come Parigi fu la città nella quale nacquero i Ballets Russes, Firenze sarà nel 2027 il luogo di nascita di questa nuova compagnia.
Ed è una bella immagine, anche al di là della retorica. Firenze è una città nella quale il passato non è mai completamente passato.
Il Rinascimento convive con la contemporaneità, la pittura con l’architettura, la musica con la parola. Portare qui una nuova compagnia di balletto significa allora inserirla in una città che ha sempre conosciuto il dialogo fra le arti.
Xander Parish arriva a questo appuntamento con una storia personale che rende particolarmente significativo il progetto. Nato in Inghilterra nel 1986, formatosi alla Royal Ballet School, nel 2010 fu invitato da Jurij Fateev a entrare nel Balletto Mariinskij di San Pietroburgo, diventando il primo danzatore britannico a farne parte; nel 2017 fu promosso principal.
È un percorso che attraversa geografie e tradizioni diverse e che rende quasi naturale la sua volontà di costruire oggi una compagnia internazionale.
Il nome Russes, dunque, non sembra voler indicare una compagnia nazionale nel senso tradizionale del termine. Al contrario, il progetto nasce dichiaratamente dall’incontro di artisti provenienti da Russia, Ucraina, Stati Uniti, Italia e altri Paesi.
Anche questa scelta porta con sé una riflessione sul nostro tempo: la danza classica, nata da una lunga stratificazione europea e sviluppatasi in scuole e teatri di Paesi diversi, ha sempre avuto una natura più internazionale di quanto le appartenenze nazionali possano far pensare.
E forse non è un caso che tutto cominci con Čajkovskij.
La prima versione del Lago dei cigni, nel 1877, non ebbe la fortuna immediata che oggi potremmo immaginare per un titolo tanto celebre. Sarà soprattutto la successiva tradizione coreografica, culminata nella versione del 1895 di Marius Petipa e Lev Ivanov per il Mariinskij, a consegnare il balletto alla storia.
Da allora Il lago dei cigni è diventato qualcosa di più di un balletto: è quasi un linguaggio universale del teatro di danza, con i suoi cigni bianchi e neri, il principe, il lago, l’incantesimo, la perdita e il desiderio di redenzione.
Proprio per questo ogni nuova lettura porta con sé un interrogativo inevitabile: quanto si può cambiare un classico senza smettere di riconoscerlo?
La risposta dei Nouveaux Ballets Russes sembra essere affidata non alla cancellazione della tradizione, ma alla contaminazione. La nuova produzione sarà ambientata nella Belle Époque e costruirà il proprio universo visivo attingendo al Surrealismo, al folklore e all’eredità dei Ballets Russes, con riferimenti a figure come Ivan Bilibin, Natalia Goncharova e Léon Bakst.
Projection mapping, immagini digitali e scenografia olografica entreranno in rapporto con i corpi reali dei danzatori.
È un passaggio interessante, perché il balletto è sempre stato più moderno di quanto spesso si creda. I grandi rinnovamenti della sua storia sono nati proprio quando la tradizione ha incontrato qualcosa che prima non le apparteneva: la pittura, la musica contemporanea, la moda, la tecnologia, nuove concezioni del corpo e dello spazio.
Anche Diaghilev lo aveva capito. I suoi spettacoli erano mondi complessi nei quali il danzatore non era mai isolato dagli altri elementi della scena.
Oggi la tecnologia può fare molto di più: può trasformare lo spazio, moltiplicare immagini e prospettive, creare ambienti che cambiano davanti allo spettatore. Ma resta una domanda alla quale nessun dispositivo può rispondere al posto del danzatore: che cosa succede quando un essere umano entra in scena e comincia a muoversi?
È lì che, alla fine, si misura ogni rinnovamento del balletto.
Il cast annunciato comprende artisti internazionali come Joy Womack, Vsevolod Maievskyi, Boris Zhurilov e Anastasia Matvienko, mentre il corpo di ballo viene costruito anche attraverso audizioni rivolte ai giovani danzatori, con una maggioranza di candidati provenienti dall’Italia.
È uno degli aspetti più interessanti dell’iniziativa: non soltanto creare uno spettacolo, ma provare a costruire intorno ad esso una comunità artistica e un passaggio concreto fra la formazione e la professione.
Dopo Firenze, il progetto guarda già oltre. La produzione è destinata a una tournée internazionale che toccherà, secondo quanto annunciato, Venezia, Monte Carlo, Parigi, Londra, New York e San Francisco, oltre ad altre tappe in Asia.
E allora torna il pensiero a Diaghilev. I Ballets Russes furono un fenomeno internazionale perché non rimasero fermi in un solo luogo: viaggiarono, incontrarono pubblici diversi, portarono con sé artisti e idee.
I Nouveaux Ballets Russes sembrano voler recuperare proprio questa vocazione al viaggio, ma con gli strumenti di un’epoca completamente diversa.
Il loro primo passo, però, sarà fiorentino.
E forse è bello che un nuovo capitolo della storia del balletto cominci non cercando un titolo sconosciuto, ma tornando a uno dei più conosciuti. Perché innovare non significa necessariamente dimenticare. A volte significa avere il coraggio di guardare nuovamente qualcosa che conosciamo benissimo e domandargli che cosa abbia ancora da dirci.
Tra centocinquant’anni dalla prima apparizione del Lago dei cigni e il 2027 dei Nouveaux Ballets Russes corre dunque un filo sottile: quello della memoria.
Il lago rimane. La musica rimane. Rimane persino l’ombra di quei cigni che hanno attraversato generazioni di danzatori.
Quello che cambia è lo sguardo.
E a Firenze, questa volta, sarà Xander Parish a provare a cambiare quel modo di guardare.
Michele Olivieri
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