
Dal 18 giugno al 20 luglio 2026, il Pomario del Castello dell’Acciaiolo a Scandicci torna ad accogliere il Festival Nutida Nuovə Danzatrici/ori. Questa edizione segna l’inizio di un capitolo condiviso per la manifestazione: al fianco di Saverio Cona debutta infatti Diego Tortelli, nel ruolo di direttore associato, raccogliendo l’eredità artistica di Cristina Bozzolini. In questa intervista esclusiva, Tortelli delinea una visione curatoriale nata per affiancarsi alla storia del festival, trasformandolo in uno spazio di comunità e autentica relazione. Attraverso un dialogo tra eccellenze italiane e aperture internazionali, la programmazione rimette al centro il corpo, colto nella sua fragilità e nel suo virtuosismo, e sperimenta nuove geografie performative: dalle performance site-specific all’aperto, fino alle contaminazioni tra rito antropologico e culture del clubbing. Un invito a riscoprire la danza contemporanea come rito necessario di ascolto e presenza.
Quest’anno Lei debutta come direttore associato del Festival “Nutida Nuovə Danzatrici/ori” al fianco di Saverio Cona, raccogliendo l’eredità di una figura storica come Cristina Bozzolini. Qual è l’impronta e la nuova visione curatoriale che ha voluto dare a questa edizione?
Prima di tutto credo sia importante riconoscere il lavoro straordinario che Cristina Bozzolini, insieme a Saverio Cona, hanno compiuto nel corso degli anni. Il loro sguardo ha contribuito a formare generazioni di artisti e a costruire un terreno fertile sul quale oggi possiamo continuare a lavorare. La mia idea non è stata quella di sostituire un’identità, ma di affiancarmi a una storia già esistente, cercando di portare il mio sguardo e la mia sensibilità. Ho desiderato costruire un’edizione che mettesse in dialogo artisti emergenti e autori già affermati, creando occasioni di incontro reale tra differenti generazioni, poetiche e percorsi. Mi interessa un festival che non sia soltanto una vetrina di spettacoli, ma un luogo di comunità: uno spazio in cui gli artisti possano incontrarsi, confrontarsi e sentirsi parte di una stessa conversazione. La mia attenzione si rivolge a una danza che non rinunci alla complessità, ma che mantenga sempre un profondo desiderio di dialogo con il pubblico. Abbiamo costruito un ventaglio di autori molto diversi tra loro: alcuni coreografi che utilizzano altri corpi per realizzare la propria visione e la propria ricerca, altri che sono al tempo stesso danzatori e autori, sperimentando direttamente su se stessi per dare forma alla propria voce artistica. L’obiettivo è offrire una pluralità di colori e linguaggi, tutti però accomunati da un focus centrale: il corpo. Un corpo capace di esprimere virtuosismo, emozione e bellezza, ma anche frizione, timore e fragilità. Un corpo che racconta una nuova generazione sempre più instabile e precaria nel nostro settore, ma che continua a lottare per mantenere viva un’arte tanto ricca quanto necessaria.
Il nome del Festival, “Nutida”, in svedese significa “contemporaneo”, ma evoca anche concetti come “utopia” e “nuovo”. Quale pensa debba essere oggi l’utopia da inseguire per un festival di danza contemporanea in Italia?
Credo che oggi l’utopia più necessaria sia quella di costruire relazioni autentiche. Viviamo in un tempo in cui siamo costantemente connessi eppure spesso profondamente isolati. Un festival può diventare un luogo in cui le persone tornano a incontrarsi attraverso il corpo, l’ascolto e la presenza. Si torna a dialogare in silenzio osservando il corpo, quasi come in un atto meditativo, un momento di pace condivisa. Vedere uno spettacolo dal vivo credo sia diventato ormai un rito necessario, un’occasione per riconnettersi con lo sguardo senza il filtro costante di uno schermo. L’utopia è immaginare una danza capace di essere radicale nella ricerca e, allo stesso tempo, generosa nell’incontro con chi guarda. Una danza che non si chiuda in una nicchia, ma che riesca ad aprire porte, generare curiosità e creare comunità.

Nella programmazione di quest’anno si nota una forte apertura internazionale, con ospiti europei che affiancano le eccellenze italiane. Come ha costruito questo dialogo tra il territorio e le grandi istituzioni della danza europea?
Per me il dialogo internazionale non significa semplicemente importare spettacoli dall’estero. Significa creare un ecosistema di relazioni. Negli anni ho avuto la fortuna di lavorare con artisti, compagnie e istituzioni europee molto diverse tra loro. “Nutida” rappresenta l’occasione per condividere con il pubblico e con gli artisti del territorio alcune di queste esperienze e visioni. Mi interessava che le grandi realtà internazionali non arrivassero come corpi estranei, ma come interlocutori attivi. Che potessero incontrare il pubblico attraverso i loro spettacoli, confrontarsi con i giovani autori e contribuire alla creazione di nuove connessioni. Credo che la crescita di un territorio passi anche attraverso la sua capacità di dialogare con il mondo senza perdere la propria identità. Firenze e la Toscana sono da sempre luoghi di bellezza e di arte, caratterizzati da una fortissima identità culturale ma anche da una naturale apertura verso l’esterno. Basta pensare al numero di persone che ogni anno visitano Firenze. Arrivano certamente per ammirarne il patrimonio artistico e architettonico, ma inevitabilmente lasciano anche qualcosa di sé. Mi piace immaginare Firenze come una splendida fontana colma di monete provenienti da ogni parte del mondo: mantiene intatta la propria identità e, allo stesso tempo, continua ad arricchirsi di influenze, idee e visioni differenti. È proprio questa capacità di accogliere senza perdere se stessa che la rende viva, contemporanea e rilevante. Nel panorama della danza, credo che il lavoro svolto dal Balletto di Toscana sotto la direzione di Cristina Bozzolini abbia avuto un ruolo fondamentale. È stata una vera e propria culla artistica dalla quale sono nati interpreti straordinari che hanno poi portato il loro talento nei più importanti contesti internazionali. Allo stesso modo, molti coreografi italiani cresciuti in questo territorio hanno contribuito non soltanto alla storia della danza italiana, ma anche a quella internazionale, creando per compagnie prestigiose in tutto il mondo e portando con sé quello sguardo, quella sensibilità e quella cultura che Firenze e la Toscana hanno saputo trasmettere loro.

Nell’ambito del Festival Lei presenta “Lu baciu santu” con la ResExtensa Dance Company. In questo lavoro Lei ribalta il mito salentino del tarantismo: il morso perde la sua natura di condanna subita per farsi bacio consapevole, un atto di autodeterminazione. Com’è nata l’ispirazione per riscrivere questo rito così antropologicamente stratificato?
Sono sempre stato molto legato alla Puglia. Ha abitato il mio immaginario emotivo fin da giovane, pur non essendo mai stata, fino ad oggi, una fonte diretta di ispirazione per una nuova creazione. Eppure mi rendo conto che ha nutrito profondamente la mia anima attraverso il sole, il mare e la sua cultura. Ancora oggi trascorro una buona parte dell’anno in Puglia, dove vive il mio compagno. Io abito a Milano e questo continuo attraversamento tra due mondi così diversi rappresenta ogni volta uno shock culturale estremamente fertile per il mio immaginario. Ciò che mi interessava, però, non era raccontare nuovamente la tradizione, quanto interrogarmi sul suo significato oggi. Mi sono chiesto cosa accadrebbe se quel morso, tradizionalmente vissuto come una condizione subita, diventasse invece una scelta. Se il corpo decidesse volontariamente di lasciarsi attraversare da ciò che teme. Da questa domanda è nato il bacio: un gesto che conserva il potere trasformativo del mito originario, ma introduce una dimensione di consapevolezza, desiderio e autodeterminazione. Il lavoro parla della nostra capacità di accogliere il cambiamento e di attraversare la paura per raggiungere una forma più autentica di libertà. Trovo che nel mito esista una componente fortemente erotica ed è proprio questa dimensione che mi interessava esplorare. Credo che la nostra sensualità sia quella parte che ci mantiene legati alla vita, al presente e alla continua ricerca di un piacere che è al tempo stesso personale e universale.
Uno degli eventi più innovativi di questa edizione è “Body Ramen”, una performance che unisce la musica live di Studio Batsumi ai codici della cultura rave e del clubbing. Perché ha sentito il bisogno di portare queste dinamiche di aggregazione e di trance in un festival di danza contemporanea?
Perché credo che la danza contemporanea debba continuare a interrogarsi sui luoghi in cui il corpo vive oggi. Il rave, il clubbing e le culture della notte rappresentano spazi in cui molte persone sperimentano forme di appartenenza, liberazione e trasformazione collettiva. Sono, a tutti gli effetti, rituali contemporanei. Portare queste dinamiche all’interno del festival significa riconoscere che la danza non nasce soltanto nei teatri o negli studi, ma anche nei luoghi in cui i corpi si incontrano spontaneamente e costruiscono comunità temporanee attraverso il movimento e la musica.

“Body Ramen” prevede anche un instant workshop che dissolve il confine tra performer e pubblico. Ritiene che l’evoluzione della danza contemporanea sia irrevocabilmente legata alla partecipazione attiva dello spettatore?
Non necessariamente. Credo che esistano ancora opere straordinarie che chiedono semplicemente di essere osservate, e tante altre continueranno a essere create. Io stesso sono un uomo di teatro: è da lì che provengo e lì torno sempre. Allo stesso tempo, però, credo che la forza e la bellezza della danza non esistano esclusivamente all’interno del teatro. Se fosse così, rischierebbe di chiudersi in una gabbia e di perdere la capacità di incontrare nuovi pubblici. Penso che oggi molti artisti sentano il desiderio di ripensare il rapporto tra scena e platea. Non per trasformare necessariamente lo spettatore in performer, ma per renderlo più consapevole della propria presenza. La partecipazione può assumere molte forme: fisica, emotiva, percettiva o immaginativa. Ciò che conta è che il pubblico non venga considerato un soggetto passivo, ma una parte viva dell’esperienza artistica, anche semplicemente attraverso la libertà dello spazio che occupa e del modo in cui sceglie di abitarlo.
Il Pomario del Castello dell’Acciaiolo è uno spazio all’aperto che si offre come un’architettura viva, intima e suggestiva. Secondo Lei, dal punto di vista fenomenologico, come cambia la percezione del corpo danzante quando si spoglia dell’illusione teatrale della “scatola nera” per calarsi in uno spazio site-specific regolato dalla luce naturale e dal respiro del luogo?
Nella scatola nera il teatro costruisce un mondo separato dalla realtà. Nel Pomario accade quasi il contrario: il corpo non può più sottrarsi al mondo che lo circonda. La luce cambia continuamente, il vento modifica la percezione del movimento, i suoni della natura entrano nella composizione. Il corpo non è più l’unico protagonista, ma diventa parte di un ecosistema più ampio. Da un punto di vista fenomenologico questo produce una percezione diversa sia per il performer sia per lo spettatore. L’esperienza diventa meno rappresentativa e più esperienziale. Non assistiamo soltanto a una coreografia, ma condividiamo un tempo e uno spazio reali con chi danza. Credo che questo generi una forma di attenzione diversa: più porosa, più sensibile, meno controllata. Lo spettatore non osserva soltanto un evento artistico, ma entra in relazione con un insieme di presenze, di elementi e di accadimenti che rendono ogni replica irripetibile.
“Nutida” custodisce nel proprio DNA la tutela e la fioritura dei linguaggi emergenti. Dal Suo osservatorio privilegiato di direttore artistico e coreografo associato, quale ritiene sia l’attitudine intellettuale o il rigore metodologico più urgente che un giovane autore debba coltivare oggi nel panorama della danza contemporanea?
Credo che la qualità più urgente sia la capacità di ascoltare. Ascoltare se stessi, il proprio tempo, il pubblico e gli altri artisti. Viviamo in un momento storico che ci spinge continuamente verso la produzione, la velocità e la visibilità. Il rischio è quello di cercare un linguaggio prima ancora di avere qualcosa di autentico da dire. Ai giovani autori augurerei il coraggio dello studio, della profondità, del confronto sincero con se stessi e con il pubblico, ma soprattutto del dubbio. Quel fattore fondamentale che, nella nostra arte, sia come danzatori sia come coreografi, ci porta continuamente a cercare. Augurerei loro di non avere fretta di definirsi, di non inseguire le tendenze del momento e di non lasciarsi mai scalfire dai giudizi. Piuttosto, di imparare ad accoglierli e poi a selezionarli con attenzione e senso critico. Le mode passano molto velocemente; una voce autentica richiede anni per formarsi. Accanto a questo, credo sia fondamentale coltivare generosità e spirito comunitario. La danza non cresce soltanto grazie ai grandi talenti individuali, ma anche attraverso le relazioni, gli scambi e il sostegno reciproco tra artisti. È lì che nascono le comunità più fertili e, spesso, le opere più necessarie: quelle capaci di raccontare un tempo e un luogo e che, proprio per questo, possono dirsi davvero contemporanee.
Lorena Coppola
Photo Credits: Valeria Civardi – Alessandra Pica – Diego Tortelli
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