
Ci sono documentari che nascono con l’intento di sostenere una tesi e altri che scelgono, più semplicemente, di osservare la realtà fino a lasciare che siano le persone e le loro storie a mettere in discussione le nostre certezze.
Papa & Dada, diretto da Daniela Ambrosoli, appartiene soprattutto a questa seconda categoria.
Il film, realizzato nell’arco di diversi anni tra Stati Uniti, Olanda, Germania, Svizzera e Italia, segue quattro coppie di padri — John & John, Mimmo & Christian, Brian & Ferd, Tim & Josh — raccontandone la quotidianità, il desiderio di diventare genitori e i percorsi, spesso complessi, che conducono alla nascita o all’adozione di un figlio.
La domanda da cui parte Ambrosoli è apparentemente semplice: che cosa cambia quando una famiglia non è composta da padre, madre e figlio, ma da padre, padre e figlio?
La risposta del film è molto meno teorica di quanto si potrebbe immaginare: nella vita di tutti i giorni, moltissimo e pochissimo allo stesso tempo.
Perché i bambini devono essere accompagnati a scuola, nutriti, consolati, educati. Ci sono i giochi, le vacanze, i denti da lavare, le favole della buonanotte.
Ci sono la stanchezza e le responsabilità. C’è, soprattutto, quel lavoro quotidiano e spesso invisibile attraverso il quale una coppia diventa una famiglia.
È proprio la normalità, più ancora della dichiarazione di principio, a rappresentare il centro del documentario.
Ambrosoli compie una scelta intelligente: non trasforma i suoi protagonisti in semplici simboli di una battaglia culturale. Li mostra prima di tutto come persone. E questa decisione conferisce al film una forza particolare, perché sottrae la questione alla dimensione puramente ideologica e la riporta nella concretezza dell’esistenza.
Non siamo davanti a un documentario che pretende di spiegare allo spettatore come deve pensare. Siamo davanti a un film che gli chiede di guardare.
E guardare significa anche confrontarsi con le difficoltà specifiche che queste famiglie devono affrontare.
Per un uomo omosessuale che desidera diventare padre, infatti, il percorso verso la genitorialità può essere molto più articolato: adozione, maternità surrogata, attese, procedure, interrogativi e, non di rado, la sensazione di muoversi in un territorio nel quale mancano modelli consolidati.
La storia di Mimmo e Christian è emblematica: durante la pandemia seguono a distanza la gravidanza della madre surrogata, ricevendo immagini ecografiche e messaggi audio con il battito del bambino.
L’attesa della nascita assume così una dimensione quasi paradossale: un momento intimissimo vissuto attraverso uno smartphone.
Ancora più significativo è il racconto di Tim e Josh, che arrivano all’adozione privata e descrivono lo straniamento provato nel momento in cui si ritrovano improvvisamente con un bambino tra le braccia senza averne seguito la gravidanza.
È una testimonianza importante perché mette in evidenza un aspetto spesso trascurato: non esiste un unico modo di diventare genitori e ogni percorso porta con sé una diversa forma di attesa, di paura e di responsabilità.
Il documentario trova dunque la propria dimensione più autentica concentrandosi sui dettagli. È nei piccoli gesti che il film trova la sua materia migliore.
La macchina da presa osserva uomini che imparano a essere padri, coppie che cercano risposte, bambini che crescono e adulti che devono confrontarsi con responsabilità molto concrete.
L’orientamento sessuale dei genitori, che nello spazio pubblico continua spesso a essere trattato come la questione centrale, all’interno della casa finisce inevitabilmente per perdere parte della sua rilevanza.
Resta la famiglia.
E resta la fatica, quotidiana e universale, di farla funzionare.
Uno degli elementi più interessanti di Papa & Dada è però la presenza immaginata della danza, che introduce nel documentario un linguaggio diverso da quello della testimonianza.
Il film dedica infatti spazio a John Lam e John Ruggieri e, parallelamente, al lavoro del coreografo argentino Demis Volpi, impegnato nella realizzazione di un balletto ispirato al libro per bambini King & King, nel quale due principi si innamorano. Volpi stesso sottolinea come il tema non debba essere ricondotto esclusivamente all’omosessualità, ma possa essere letto attraverso il concetto più universale dell’amore.
La scelta di inserire la danza non è quindi un semplice intermezzo estetico.
Il corpo del danzatore racconta ciò che le parole spesso non riescono a esprimere: l’identità, la vulnerabilità, il rapporto con l’altro, la fiducia e la necessità di trovare un equilibrio.
Ed è proprio l’idea dell’equilibrio a creare un interessante collegamento tra la danza e il tema della genitorialità.
Danzare significa conoscere il proprio corpo ma anche affidarsi a qualcuno, controllare il movimento e contemporaneamente accettare l’imprevisto. Diventare genitori comporta qualcosa di simile: costruire una struttura, assumersi responsabilità, ma accettare che la vita di un figlio non potrà mai essere completamente controllata.
In questo senso la danza metaforica diventa quasi una metafora visiva dell’intero film.
Dove le interviste raccontano, il corpo suggerisce. Dove le parole definiscono, il movimento apre possibilità.
È una delle intuizioni più riuscite del documentario, perché permette ad Ambrosoli di evitare per qualche momento la dimensione esplicativa e di affidarsi al linguaggio propriamente cinematografico: immagini, corpi, spazio, ritmo.
E non è un dettaglio secondario se si considera il rapporto della stessa regista con il mondo della danza. Daniela Ambrosoli è infatti figlia della danzatrice tedesca Sonja Bragowa e ha fondato la Pierino Ambrosoli Foundation, dedicata al sostegno di giovani talenti nella formazione artistica e musicale.
Questa sensibilità sembra emergere anche nel modo in cui Papa & Dada osserva i propri protagonisti: con attenzione ai corpi, ai gesti e alla dimensione performativa dell’esistenza, senza ridurla necessariamente a una spiegazione verbale.
Perché una scena domestica può essere più potente di una dichiarazione. Un padre che accompagna il figlio a letto può dire molto più di un’intera sequenza di affermazioni sulla famiglia. Un bambino che cerca la mano del proprio genitore non ha bisogno di essere trasformato in un argomento.
Il cinema dovrebbe avere fiducia anche nel silenzio.
Ed è proprio quando Papa & Dada si concede questa fiducia che raggiunge i suoi risultati massimi.
Importante è anche la scelta di dare voce alle madri surrogate, evitando che il loro ruolo venga semplicemente relegato a una funzione narrativa nel percorso dei futuri padri. Il film prova così ad ampliare il quadro e a mostrare la complessità umana che sta dietro alla nascita di un bambino.
Ne emerge un mosaico nel quale non esiste un’unica esperienza della genitorialità.
Ed è probabilmente questa la conclusione più interessante alla quale arriva il documentario: non esiste una formula capace di definire una famiglia in maniera definitiva.
Esistono persone che scelgono di prendersi cura di altre persone.
Definire Papa & Dada semplicemente come “un film sulle famiglie arcobaleno” sarebbe, in fondo, riduttivo.
Il film parla certamente di omosessualità, di diritti, di maternità surrogata e di adozione, ma il suo argomento più profondo è un altro: il modo in cui la società cambia quando le esperienze reali delle persone diventano più complesse delle categorie attraverso le quali siamo abituati a descriverle.
La famiglia tradizionale non viene necessariamente negata. Viene affiancata da altre possibilità.
E il documentario di Ambrosoli trova il proprio equilibrio proprio nel non trasformare questa trasformazione in una guerra tra modelli.
Anche la presenza di Stefan Haupt, autore di The Circle, contribuisce a collocare il film in una riflessione più ampia sulla trasformazione dell’immaginario familiare e sui diritti delle persone LGBTQ+.
Papa & Dada è dunque un documentario civile, ma non soltanto civile. È un film sull’intimità, sulla costruzione dell’identità e sulla necessità, per ogni generazione, di ridefinire parole che sembrano immutabili.
Possiede una qualità importante: non ha paura della normalità.
E forse è proprio questa la sua dichiarazione più politica.
Perché la normalità, quando viene mostrata senza bisogno di essere giustificata, può diventare più efficace di qualsiasi manifesto.
Papa & Dada non chiede allo spettatore di commuoversi a comando, né di considerare straordinari i suoi protagonisti. Chiede semplicemente di seguirli nella loro vita.
Mangiare insieme. Crescere un figlio. Avere paura. Fare progetti. Litigare. Aspettare. Danzare. Amare.
Alla fine, la questione non è più stabilire quale famiglia sia “normale”.
La questione è capire che una famiglia, prima ancora di essere una definizione sociale, è una relazione fatta di presenza, responsabilità e cura.
E in questo senso la danza che attraversa il film offre forse la metafora più elegante: non esiste un solo modo corretto di muoversi nello spazio. Esiste la capacità di trovare il proprio equilibrio, insieme agli altri.
È quello che fanno i protagonisti di Papa & Dada.
Non dimostrano una teoria.
Vivono.
Michele Olivieri
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