
Il balletto classico preferito?
Scegliere un balletto classico preferito, per un danzatore, è davvero complicato. Ho avuto la fortuna di interpretarne molti e ognuno mi è rimasto nel cuore. Posso dire sinceramente Manon di Kenneth MacMillan, Onegin di John Cranko, ma anche i balletti di Rudolf Nureyev, come Il lago dei cigni, La bella addormentata e Don Chisciotte. Non è uno solo, ma ben cinque: faccio davvero molta fatica a scegliere quale, tra questi, sia il mio preferito.
Il balletto contemporaneo prediletto?
Sicuramente In the Middle, Somewhat Elevated di William Forsythe e poi il balletto che ha fatto innamorare me e Sabrina Brazzo, quello che ha fatto scattare la scintilla tra di noi e cioè Now and Then di John Neumeier.
Il teatro del cuore?
Il teatro del cuore non può che essere il Teatro alla Scala. Per me, fin da bambino, è stato il teatro prediletto: il luogo in cui sognavo di arrivare, di studiare, di crescere e di ballare. Non ci sono riuscito subito, perché ho avuto una parentesi all’Aterballetto di Reggio Emilia, ma in età piuttosto giovane ho avuto la fortuna di entrare con la direzione di Elisabetta Terabust. Devo dire che ho realizzato il mio sogno, cioè raggiungere ciò che desideravo: arrivare alla Scala è stato il massimo. E questo nonostante abbia avuto la fortuna di girare il mondo e di esibirmi in teatri straordinari come il Teatro Bolshoi, l’Opéra national de Paris e il Metropolitan Opera House. Tuttavia, il fascino e il profumo che si respirano alla Scala, i suoi ambienti, il palcoscenico, la platea e i palchetti sono qualcosa di davvero unico e indescrivibile.
Un romanzo da trasformare in balletto?
Questa domanda è molto interessante, non mi era mai stata fatta prima. Molto tempo fa, un mio carissimo amico mi regalò un libretto e mi disse: “Ti vedrei benissimo in un balletto ispirato a questo testo, anche perché non è mai stato fatto. Tu incarni perfettamente questo personaggio”. Il libro in questione è I dolori del giovane Werther di Johann Wolfgang von Goethe. Purtroppo non c’è mai stata l’opportunità di realizzare un progetto del genere, ma chissà… potrebbe essere un’ispirazione per qualcuno interessato in futuro.
Un film da cui ricavare uno spettacolo di balletto?
Oggigiorno quasi tutte le pellicole adatte a diventare la trama di un balletto sono già state realizzate. Personalmente, però, sono una persona a cui piacciono i film noir e dark, con personaggi tormentati e oscuri, come quelli che ho interpretato più spesso nel corso della mia carriera. Ad esempio, ho preso parte a un balletto ispirato alla storia di Jack lo Squartatore. Esisteva un musical: abbiamo lavorato su quella regia e su quella trama, trasformandola poi in un balletto. Credo che continuerei su questo stile… Jack mi ha sempre affascinato!
Il costume di scena che hai preferito indossare?
In particolare, mi piaceva indossare i costumi di scena dei balletti del grande repertorio classico, perché li ho sempre trovati estremamente eleganti e raffinati. I corpini riccamente ricamati, come quelli de La bella addormentata o de Il lago dei cigni, possedevano per me un fascino speciale. Se però devo scegliere un costume in particolare, direi quello del balletto Carmen: mi piaceva moltissimo indossarlo, sia come personaggio, sia come persona, sia come artista.
Quale colore associ alla danza?
Il blu, perché è stato il colore della prima calzamaglia che ho indossato e che ho portato per tanti anni da ragazzino. È la calzamaglia con cui, praticamente, sono cresciuto — e mi piace ancora oggi, tanto che la indosso spesso. Il blu è il colore della sera, della notte, e mi regala sempre una bellissima sensazione.
Che profumo ha la danza?
La prima cosa che mi viene in mente è il profumo del legno e della pece: un odore vissuto, un misto di tessuto e sudore, il sentore del pavimento e della sbarra che ti rimane addosso dopo le lezioni. È il profumo che porti a casa nello zaino, perché per tanti anni ci ho messo dentro le scarpette e le calzamaglie. E poi c’è l’odore dell’aria a ridosso del sipario. Non so descriverlo esattamente, ma quando si chiude e ti arriva quella folata d’aria, senti un sentore di velluto vissuto, intenso, inconfondibile. Forse è proprio questo ciò che mi ha affascinato più di ogni altra cosa.
La musica più bella scritta per balletto?
Sicuramente quella di Maurice Ravel per il Boléro, ma anche La sagra della primavera di Igor Stravinsky. Questi due compositori rispecchiano molto ciò che mi piace dal punto di vista musicale: una scrittura che può accompagnare un balletto profondamente classico ma, allo stesso tempo, estremamente contemporaneo. Credo rappresentino una fusione perfetta.
Il film di danza irrinunciabile?
Non c’è un solo film sulla danza che posso definire il mio preferito: ce ne sono almeno due con cui sono praticamente cresciuto e che mi hanno fatto innamorare di questo mondo. Parlo di Due vite e una svolta e Sole di mezzanotte, due film che mi hanno profondamente ispirato. E poi c’è un’icona come Mikhail Baryshnikov, che non può non essere un modello per tutti i ragazzi che sognano di diventare ballerini professionisti. Direi quindi assolutamente questi due film, interpretati magistralmente da lui.
Due miti della danza del passato, uomo e donna?
Rudolf Nureyev e Sylvie Guillem.
Il tuo passo di danza preferito?
Si tratta di due passi molto tecnici del repertorio classico: il double assemblé en tournant e il doppio cabriole. Il primo è un salto in cui il danzatore stacca da un piede o da entrambi, esegue un assemblé (i piedi si uniscono in aria) mentre compie una rotazione, e atterra elegantemente. Richiede precisione, controllo e coordinazione. Il secondo è un salto in cui una gamba “battente” colpisce l’altra in aria prima di atterrare. Nel doppio cabriole, l’azione viene ripetuta due volte, aumentando notevolmente la difficoltà tecnica. Entrambi sono passi che mettono in mostra forza, agilità e padronanza del corpo, tipici dei momenti virtuosistici del balletto classico.
Chi ti sarebbe piaciuto essere, nella vita reale, tra i personaggi del grande repertorio della danza?
Mi sarebbe piaciuto essere Lescaut dal balletto Manon di Kenneth MacMillan.
Chi è stato il genio per eccellenza nell’arte coreografica?
Tra i miei preferiti ce ne sono diversi: Roland Petit, Jiří Kylián, Maurice Béjart, William Forsythe e John Neumeier, che hanno tutti creato opere davvero immortali.
Tornando indietro, se incontrassi Tersicore, cosa le diresti?
Ti va di ballare?
Tre parole per descrivere la disciplina della danza?
Tenacia, impegno e rispetto (tre ingredienti fondamentali).
Come ti vedi oggi allo specchio?
Vedo un Andrea sicuramente soddisfatto, felice e grato per tutto ciò che ha avuto l’opportunità e la fortuna di fare. Vedo anche un Andrea ancora desideroso di lavorare e di dare il massimo, con l’intento di lasciare qualcosa di tangibile alle nuove generazioni. Vedo gli occhi di quel ragazzo innamorato della danza sin da piccolo, progetti e prospettive positive che continuano a crescere: un Andrea con tanta voglia di fare, dare e realizzare. Vedo una persona in continuo sviluppo, e questa consapevolezza mi infonde una grande forza!
Michele Olivieri
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