
Auguste Bournonville rappresenta una delle figure più alte e originali della storia della danza europea dell’Ottocento.
La sua eredità non appartiene soltanto al teatro di danza danese, ma si inserisce in quella più ampia vicenda culturale che, nel corso del XIX secolo, trasformò il balletto da spettacolo di corte a forma d’arte capace di esprimere caratteri, sentimenti, conflitti sociali e aspirazioni individuali.
Coreografo, maestro di ballo, danzatore e direttore artistico, Bournonville seppe costruire un linguaggio personale, immediatamente riconoscibile, nel quale la raffinatezza della tecnica accademica conviveva con una sorprendente naturalezza espressiva.
La sua opera divenne il fondamento della grande tradizione del balletto danese e, ancora oggi, costituisce uno dei patrimoni più preziosi della cultura coreutica europea.
Nato a Copenaghen il 21 agosto 1805, August Bournonville proveniva da un ambiente profondamente legato al teatro e alla danza.
Suo padre, Antoine Bournonville, era un celebre danzatore e pedagogo di origine francese, stabilitosi in Danimarca dopo una carriera che lo aveva portato a lavorare nei principali ambienti teatrali europei.
Il giovane Auguste crebbe dunque in un mondo nel quale la danza non era un semplice mestiere, ma una disciplina rigorosa, una forma di educazione del corpo e, soprattutto, un linguaggio artistico.
Fin dagli anni giovanili ebbe l’opportunità di conoscere i principi della scuola francese, allora considerata uno dei vertici della tradizione accademica europea.
La formazione di Bournonville fu tuttavia tutt’altro che provinciale. La sua carriera si sviluppò in un’Europa attraversata da profondi cambiamenti politici e culturali, nella quale Parigi rappresentava il principale laboratorio delle nuove tendenze artistiche.
Proprio nella capitale francese egli completò la propria formazione, entrando in contatto con alcuni dei più importanti protagonisti della danza del tempo.
Studiò con Auguste Vestris, figura leggendaria della tecnica accademica, e poté osservare da vicino l’evoluzione del balletto francese.
L’esperienza parigina fu decisiva perché gli permise di assimilare una tradizione tecnica di altissimo livello senza trasformarsi in un semplice imitatore dei modelli francesi.
Bournonville possedeva infatti una personalità artistica profondamente autonoma. La sua concezione della danza si fondava sull’eleganza, sulla precisione e sulla leggerezza, ma rifiutava l’idea che il virtuosismo dovesse diventare fine a se stesso.
Nel suo sistema estetico il corpo del danzatore doveva apparire libero, armonioso, naturale. La tecnica doveva essere evidente nella sua perfezione ma quasi invisibile nella sua esecuzione.
È proprio questa apparente semplicità, ottenuta attraverso un controllo straordinario del movimento, a costituire una delle caratteristiche più affascinanti dello stile bournonvilliano.
Quando tornò stabilmente in Danimarca, Bournonville divenne progressivamente il principale artefice della vita coreutica del Teatro Reale di Copenaghen.
La sua attività non si limitò alla creazione di singoli balletti: egli contribuì alla formazione di un’intera scuola, stabilendo principi pedagogici e artistici che sarebbero sopravvissuti molto oltre la sua epoca.
Il suo rapporto con il Royal Danish Ballet fu particolarmente profondo. Per decenni egli ne plasmò il repertorio, formò generazioni di danzatori e costruì un’identità nazionale della danza danese, pur mantenendo salde le radici nella tradizione francese.
La grandezza di Bournonville emerge soprattutto nei suoi balletti. Tra le sue creazioni più celebri figura “La Sylphide”, nella versione da lui elaborata e presentata a Copenaghen nel 1836.
Il titolo aveva già conosciuto una fondamentale incarnazione parigina nella coreografia di Filippo Taglioni, ma Bournonville ne realizzò una propria versione, destinata a diventare uno dei capolavori della tradizione danese.
Al centro dell’opera vi è l’incontro tra il mondo quotidiano e quello fantastico, tra l’amore umano e una creatura eterea e irraggiungibile.
Il personaggio della silfide incarna un ideale di bellezza che non può essere posseduto senza essere irrimediabilmente perduto, mentre James, il protagonista maschile, diviene vittima del proprio desiderio e della propria incapacità di accettare i limiti della realtà.
In “La Sylphide” si trova già una delle grandi intuizioni di Bournonville: la capacità di raccontare attraverso il movimento senza sacrificare la chiarezza narrativa.
I suoi personaggi non sono semplicemente figure decorative, ma individui riconoscibili, dotati di temperamento e di una precisa funzione drammatica.
Il balletto può quindi essere letto come una vera forma di teatro senza parole, nel quale la pantomima, la danza e la musica concorrono alla costruzione della vicenda.
Tra le sue opere più importanti bisogna ricordare anche “Napoli”, creato nel 1842. Ambientato nella città italiana, il balletto rivela l’interesse di Bournonville per il carattere popolare, per la vita quotidiana e per la varietà delle culture europee.
Napoli, nella sua immaginazione, diventa una città solare, animata, mediterranea, attraversata da pescatori, cittadini e figure appartenenti alla tradizione religiosa e popolare.
Il balletto conserva ancora oggi una straordinaria freschezza proprio perché Bournonville non cerca una rappresentazione esclusivamente monumentale dell’Italia, ma costruisce un universo teatrale ricco di energia e di umanità.
Anche in “Napoli” appare evidente una delle qualità fondamentali della sua coreografia: il rapporto tra il movimento dei piedi e quello della parte superiore del corpo.
Nella tradizione bournonvilliana il danzatore mantiene spesso una compostezza del busto che contrasta con la vivacità e la complessità dei passi eseguiti dalle gambe.
Ne nasce una particolare impressione di leggerezza. I salti e i movimenti rapidi sembrano sorgere naturalmente dal corpo, senza quell’enfasi muscolare che in altre tradizioni ottocentesche poteva accompagnare il virtuosismo maschile.
La danza maschile rappresentò infatti uno degli ambiti nei quali Bournonville esercitò un’influenza decisiva.
In un’epoca nella quale il balletto europeo stava diventando sempre più dominato dalla figura della ballerina e dall’estetica romantica della danzatrice sulle punte, egli mantenne per il danzatore maschile un ruolo centrale e artisticamente autorevole.
Il suo repertorio richiedeva grande virtuosismo, ma un virtuosismo controllato, elegante, privo di ostentazione.
Il ballerino bournonvilliano non è semplicemente colui che compie grandi salti: è un interprete completo, capace di unire musicalità, precisione, presenza scenica e sensibilità teatrale.
Questa concezione contribuì a preservare una particolare dignità del ruolo maschile nel balletto danese. La tradizione sviluppata da Bournonville avrebbe prodotto generazioni di danzatori celebri per la qualità dei salti, la velocità dei passi e soprattutto per la musicalità.
La sua tecnica, proprio perché non separava mai l’esercizio dalla dimensione artistica, divenne un vero metodo di formazione.
La cultura coreutica di Bournonville era inoltre profondamente legata alla musica. Egli collaborò con diversi compositori e utilizzò la partitura non come semplice accompagnamento, ma come elemento strutturale della coreografia.
Il rapporto tra musica e movimento doveva essere preciso, naturale e poetico. La danza doveva respirare insieme alla musica, evitando tanto la meccanicità quanto l’eccesso di teatralità.
La sua produzione fu vastissima. Accanto a “La Sylphide” e “Napoli”, Bournonville realizzò opere come “Festen i Albano”, “Konservatoriet”, “Kermessen i Brügge”, “Livjægerne på Amager” e “Et Folkesagn”, contribuendo in maniera determinante alla costruzione del repertorio del balletto danese.
Queste opere mostrano un autore interessato non soltanto al fantastico e al romantico, ma anche alla vita sociale, alle feste popolari, alle tradizioni locali e alla dimensione quotidiana.
Il suo universo teatrale appare dunque sorprendentemente ampio. Bournonville poteva muoversi dal mondo delle creature soprannaturali a quello delle piazze cittadine, dalle atmosfere aristocratiche alle feste popolari, dai paesaggi mediterranei alle ambientazioni nordiche.
In ciascun caso conservava una particolare attenzione alla chiarezza narrativa e alla caratterizzazione dei personaggi.
È significativo che la sua arte, pur essendo nata nel pieno del Romanticismo, non coincida completamente con l’immagine più consueta del balletto romantico.
Nel XIX secolo la danza europea fu affascinata da silfidi, ondine, spiriti, vampiri e figure femminili idealizzate.
Bournonville condivise molti di questi elementi, ma li inserì in una concezione più concreta e umana dello spettacolo. Nei suoi balletti il mondo reale non viene cancellato dalla fantasia. Al contrario, realtà e immaginazione convivono continuamente.
Questa caratteristica conferisce alla sua produzione una particolare luminosità. Anche quando affronta temi malinconici o tragici, Bournonville evita spesso il sentimentalismo esasperato.
La sua danza possiede un equilibrio che rispecchia anche una precisa concezione morale dell’arte. L’eleganza non è ostentazione, il virtuosismo non è vanità, la comicità non è volgarità e la drammaticità non deve trasformarsi in eccesso.
Il prestigio di Bournonville non dipende tuttavia soltanto dai suoi balletti. Una parte fondamentale della sua eredità risiede nell’insegnamento.
Egli comprese che una tradizione coreografica può sopravvivere soltanto se viene trasmessa attraverso il corpo degli interpreti.
Per questo dedicò una parte essenziale della propria attività alla formazione dei danzatori. La scuola danese sviluppò così una continuità rara nella storia della danza europea: molte delle caratteristiche del suo stile poterono essere tramandate da una generazione all’altra con una fedeltà eccezionale.
Questa continuità è uno degli aspetti che rendono Bournonville una figura singolare nel panorama ottocentesco.
Numerosi coreografi del suo tempo sono oggi conosciuti soprattutto attraverso ricostruzioni moderne, documenti frammentari o adattamenti successivi.
Il repertorio bournonvilliano, invece, riuscì a mantenere una presenza concreta nella vita teatrale danese. La tradizione del Royal Danish Ballet divenne il custode privilegiato di un patrimonio nel quale la memoria storica non è soltanto conservata negli archivi, ma continua a vivere nella pratica quotidiana della danza.
Bournonville fu anche un uomo profondamente europeo. La sua formazione francese, la sua attività in Danimarca e i numerosi viaggi compiuti nel corso della vita gli permisero di conoscere direttamente le principali realtà culturali del continente.
Viaggiò in Italia, dove rimase particolarmente colpito dalla cultura, dalla luce e dalla vita delle città italiane. L’esperienza italiana lasciò tracce profonde nella sua immaginazione artistica e contribuì alla nascita di alcune delle sue opere più celebri.
Il viaggio, per Bournonville, non rappresentava semplicemente uno spostamento geografico. Era un modo per ampliare il proprio vocabolario artistico.
L’osservazione dei popoli, delle feste, dei paesaggi e delle consuetudini locali alimentava la sua capacità di creare ambientazioni teatrali riconoscibili.
Questa curiosità verso il mondo reale costituisce uno dei motivi per cui le sue opere, pur appartenendo pienamente all’Ottocento, conservano una sorprendente vitalità.
La sua personalità artistica fu anche segnata da una concezione etica della professione. Bournonville considerava la disciplina indispensabile, ma non intendeva la disciplina come semplice obbedienza.
Il danzatore doveva raggiungere una padronanza tecnica tale da poter trasformare l’esercizio in espressione. La perfezione non doveva essere esibita: doveva essere assorbita dal corpo fino a diventare naturalezza.
È proprio questa filosofia a spiegare perché lo stile Bournonville sia ancora riconoscibile a distanza di quasi due secoli.
La caratteristica più autentica della sua estetica non è un singolo passo, ma una concezione complessiva del movimento.
Il corpo appare leggero, il busto mantiene una grande stabilità, le braccia sono spesso utilizzate con misura e musicalità, mentre le gambe eseguono un lavoro straordinariamente articolato.
Il risultato è una forma di eleganza che sembra semplice soltanto a chi non conosce la difficoltà tecnica necessaria per raggiungerla.
Bournonville morì a Copenaghen il 30 novembre 1879, lasciando dietro di sé un patrimonio artistico che aveva ormai superato i confini della sua stessa carriera.
La sua scomparsa non segnò la fine della sua scuola, ma l’inizio di una lunga fase di conservazione e di trasmissione della sua eredità.
Nel corso del Novecento e fino ai nostri giorni, i balletti bournonvilliani sono rimasti tra le testimonianze più importanti della tradizione coreografica ottocentesca ancora rappresentata con continuità.
La sua importanza storica risiede dunque in una duplice eredità. Da una parte Bournonville fu un protagonista della grande stagione romantica del balletto europeo; dall’altra fu il fondatore di una tradizione nazionale capace di mantenere una propria identità senza isolarsi dal resto dell’Europa.
La sua Danimarca non fu una periferia della danza internazionale, ma divenne grazie a lui uno dei luoghi nei quali la memoria del balletto ottocentesco avrebbe trovato una delle sue forme più autentiche di sopravvivenza.
Guardando oggi alla sua figura, Auguste Bournonville appare quindi non soltanto come un grande coreografo, ma come un architetto della memoria teatrale.
Egli comprese che la danza è un’arte effimera, destinata a scomparire nell’istante stesso in cui viene eseguita, e che proprio per questo necessita di una tradizione capace di conservarne lo spirito.
I suoi balletti hanno attraversato generazioni perché non sono rimasti semplicemente delle composizioni del passato: sono diventati un linguaggio.
La vera grandezza di Bournonville sta forse proprio qui. In un secolo dominato dalla ricerca del nuovo, egli riuscì a creare qualcosa che non aveva bisogno di essere continuamente reinventato per conservare la propria forza.
La sua danza celebra la leggerezza senza superficialità, il virtuosismo senza vanità, la bellezza senza artificio. Nei suoi passi sopravvive una particolare idea dell’Europa ottocentesca, fatta di viaggi, teatri, corti, città, feste popolari, ideali romantici e trasformazioni sociali.
Ma sopravvive anche qualcosa di più universale: la convinzione che il corpo umano, quando è educato alla precisione e alla musica, possa raccontare una storia con una forza che nessuna parola è in grado di sostituire.
Per questo Auguste Bournonville occupa un posto privilegiato nella storia della danza. La sua eredità non è soltanto danese, né esclusivamente ottocentesca.
È una delle grandi testimonianze di quella civiltà europea del balletto che seppe trasformare la disciplina del corpo in poesia scenica.
E proprio nella leggerezza dei suoi movimenti, nella misura delle sue coreografie e nella straordinaria continuità della sua scuola si trova il segreto della sua permanenza: Bournonville non ha semplicemente lasciato dei balletti alla storia, ha lasciato un modo di intendere la danza.
Michele Olivieri
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