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Il coreografo internazionale David Dawson “allo specchio”

Qual è il tuo balletto classico preferito?
La Bella Addormentata. È, per me, l’espressione più pura della danza classica. Un capolavoro architettonico in cui musica, coreografia e scenografia esistono in perfetto equilibrio. Se il balletto avesse una cattedrale, sarebbe questa. Ogni volta che vi ritorno, scopro qualcosa di nuovo.

Qual è il tuo balletto contemporaneo preferito?
Agon. Ha cambiato per sempre il linguaggio del balletto. Una conversazione perfetta tra Stravinskij e Balanchine, tra musica e movimento, ridotti alla loro essenza. Nulla è decorativo; tutto è necessario. Ogni passo sembra inevitabile e, al tempo stesso, completamente inatteso. Ogni volta che lo vedo, ho la sensazione che il futuro del balletto venga nuovamente inventato.

Quale teatro occupa un posto speciale nel tuo cuore?
Il Teatro dell’Opera di Roma. È un luogo in cui la storia sembra essere ancora viva, dove le pareti paiono ricordare ogni spettacolo, ogni trionfo e ogni silenzio. Nel momento in cui entro, mi sento connesso alle generazioni di artisti che mi hanno preceduto su quel palcoscenico. Intriso di storia, eppure infinitamente vivo, è un luogo di memoria, bellezza e possibilità.

Quale romanzo vorresti più di ogni altro vedere adattato per il balletto?
Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke. È una meditazione sulla vita di un artista. La solitudine, l’incertezza, la dedizione e la ricerca di un significato. Non sarebbe un balletto sugli eventi, ma sul viaggio invisibile del diventare.

Quale film sarebbe perfetto per essere trasformato in un balletto?
Il cielo sopra Berlino di Wim Wenders. È un film sul mondo invisibile che esiste accanto al nostro e sul desiderio di vivere, di amare, di sentire. Il balletto esprime la sua massima potenza quando riesce a dare un corpo all’invisibile.

Quale costume di scena ti è piaciuto di più indossare?
Oberon ne Il sogno di Sir Frederick Ashton. Era un costume che sembrava portare con sé un proprio spirito. Indossandolo, mi sentivo connesso all’immaginazione straordinaria di Ashton e alla grande tradizione del balletto inglese. Mi permetteva di diventare qualcosa a metà tra l’umano e il mitologico, una creatura di luce, oscurità e meraviglia.

Quale colore associ alla danza?
L’oro. Perché la danza è il momento in cui il corpo umano diventa luminoso. È il colore della luce catturata nel movimento. Il calore, la bellezza e la preziosità di un istante fuggevole in cui corpo, musica ed emozione diventano una cosa sola. L’oro è trasformazione: l’istante in cui qualcosa di umano diventa quasi eterno.

Che profumo ha la danza?
L’aria che respiriamo. La danza non è qualcosa che esiste al di fuori di noi; è parte della nostra esistenza. Come il respiro stesso, è invisibile eppure essenziale. Ci circonda, ci sostiene e ci connette gli uni agli altri.

Qual è il brano musicale più bello mai scritto per il balletto?
Vier letzte Lieder (Quattro ultimi Lieder) di Richard Strauss. Sebbene non siano stati scritti per il balletto, sono per me una delle espressioni più profonde dell’animo umano mai composte. È come se un’intera vita si riflettesse in essi con tenerezza, accettazione e gratitudine. Parlano della fine, ma anche della continuità, della bellezza, della memoria e del mistero dell’essere vivi. Mi ricordano perché creo: per cercare quei momenti in cui l’arte tocca qualcosa che va oltre noi stessi.

Qual è il film di danza al quale non si può rinunciare?
Pina di Wim Wenders. È molto più di un film sulla danza; è una meditazione su cosa significhi essere umani. Rivela che la danza non è semplicemente movimento: è l’espressione di tutto ciò che non riusciamo a dire. Racchiude la poesia, la vulnerabilità e lo straordinario genio della grande Pina Bausch e dei suoi danzatori. Ci ricorda che il movimento non è soltanto qualcosa che creiamo, ma qualcosa che viviamo.

Chi sono le tue due leggende della danza del passato?
Rudolf Nureyev e Sylvie Guillem. Non erano semplicemente danzatori straordinari; erano forze della natura che hanno cambiato la percezione di ciò che fosse possibile nel balletto. Nureyev portò una straordinaria passione e un carisma magnetico; Guillem intelligenza, curiosità e un’espansione vertiginosa delle possibilità espressive del corpo. Entrambi possedevano qualcosa che andava oltre la tecnica, una rara qualità di presenza che faceva sentire di essere di fronte a un essere umano unico. I grandi artisti non si limitano a interpretare un linguaggio; lo trasformano.

Qual è il tuo passo o movimento di danza preferito?
Il semplice arabesque. È il momento in cui il corpo umano diventa una linea, un gesto, un sentimento. È l’immagine eterna del danzatore, il corpo trasformato in una scultura vivente, sospeso tra movimento e immobilità. Come una scultura di Bernini, cattura l’istante impossibile tra ciò che è accaduto e ciò che sta per accadere, l’emozione e la vita racchiuse in un’unica forma. Contiene tutto ciò che amo del balletto: l’equilibrio tra forza e vulnerabilità, terra e cielo, disciplina e libertà. È il momento in cui la tecnica scompare e comincia la poesia.

Quale personaggio del repertorio classico avresti voluto essere?
È una domanda difficile, perché non mi sono mai identificato in un personaggio in particolare. La mia immaginazione è sempre stata più astratta. Mi attraggono gli stati dell’essere, le emozioni e le trasformazioni più che le identità. Il ruolo più grande non è un personaggio, ma il viaggio del diventare.

Chi è il più grande genio della coreografia di tutti i tempi?
William Forsythe. Non si è limitato ad ampliare il linguaggio del balletto: ne ha reinventato le possibilità. Ha compreso così profondamente l’architettura della forma classica da trasformarla dall’interno. Un vero rivoluzionario, ci ha mostrato che onorare il balletto non significa conservarlo immutato, ma permettergli di continuare a trasformarsi. Il suo lavoro è una conversazione viva tra la storia e il futuro.

Se potessi tornare indietro nel tempo e incontrare Tersicore, cosa le diresti?
Grazie! Attraverso la danza ha donato all’umanità un ponte tra il visibile e l’invisibile. Ci ha dato un linguaggio senza parole, un modo per cercare, per connetterci e per diventare.

In tre parole, come descriveresti la danza?
Ricerca. Abbandono. Divenire.
Ricerca: la curiosità inesauribile dell’artista.
Abbandono: l’umiltà di mettersi al servizio della musica, del movimento e di qualcosa di più grande di sé.
Divenire: la trasformazione dell’essere umano, lungo tutta la vita, attraverso la danza.

Quando oggi ti guardi allo specchio, cosa vedi?
Un semplice essere umano in un magico viaggio eterno. Qualcuno che sta ancora imparando, ancora cercando, ancora diventando. La danza mi ha insegnato che non siamo mai compiuti; siamo sempre nel processo di diventare. Dopo tutto ciò che la vita e la danza mi hanno donato, mi sento soprattutto grato per il privilegio di poter continuare a vivere esperienze, creare e scoprire. Vedo qualcuno che è grato per il passato, presente nel momento e aperto a tutto ciò che verrà.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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