
La Sagra della primavera è uno dei capolavori assoluti del teatro musicale del Novecento, un’opera che ha segnato una frattura radicale nella storia della musica e della danza. Il balletto nacque dalla collaborazione tra il compositore Igor Stravinsky e l’impresario dei Ballets Russes Sergej Diaghilev, che tra il 1911 e il 1913 commissionò la partitura destinata alla sua celebre compagnia. Fin dall’inizio il progetto fu concepito come qualcosa di profondamente nuovo: Stravinsky, affascinato da visioni arcaiche e rituali, immaginò inizialmente di intitolare l’opera Il Grande Sacrificio, mentre Diaghilev preferì per un certo periodo il titolo La Coronazione della Primavera, prima di scegliere definitivamente La Sagra della primavera. Il balletto venne presentato con il sottotitolo Quadri della Russia pagana e racconta un rito primordiale in cui una giovane fanciulla, designata come Eletta, danza fino alla morte per propiziare il ritorno della primavera e garantire prosperità alla comunità.
La coreografia fu affidata al leggendario danzatore e coreografo Vaslav Nijinsky. In un primo momento Diaghilev aveva pensato a Michel Fokine, ma quest’ultimo, turbato dalla radicalità della partitura di Stravinsky, rinunciò al progetto; si considerò anche il nome di Aleksandr Gorskij, prima che la scelta definitiva ricadesse su Nijinsky. Il coreografo lavorò alla creazione con l’aiuto della giovane danzatrice e pedagoga Marie Rambert e iniziò sorprendentemente dalla scena finale, la danza dell’Eletta, immaginata per la sorella Bronislava Nijinska. L’idea coreografica ruppe deliberatamente con la tradizione accademica: Nijinsky abbandonò l’eleganza dell’en dehors classico e introdusse movimenti angolari, piedi rivolti all’interno, salti pesanti e posture primitive, dando vita a una danza violenta, rituale e quasi tribale. Le scene e i costumi, ispirati all’arte e al folklore slavo, furono realizzati dall’artista e archeologo Nicholas Roerich, che contribuì anche all’elaborazione del soggetto.
La prima rappresentazione ebbe luogo il 29 maggio 1913 al Théâtre des Champs-Élysées di Parigi sotto la direzione del maestro Pierre Monteux. Quella sera entrò nella leggenda. Fin dalle prime battute dell’orchestra il pubblico reagì con stupore e irritazione alla musica dissonante e alla coreografia anticonvenzionale; la tensione esplose presto in una vera sommossa, tra fischi, insulti e grida che quasi coprirono l’orchestra. Nijinsky, nascosto dietro le quinte, gridava i numeri del tempo ai ballerini per aiutarli a mantenere il ritmo mentre in sala infuriava la protesta. Nel programma della serata, voluto da Diaghilev, figuravano anche due altri celebri titoli dei Ballets Russes, Les Sylphides e Le Spectre de la rose, ma fu la nuova opera di Stravinsky a provocare uno scandalo destinato a entrare nella storia dell’arte del XX secolo.
La struttura del balletto non segue una narrazione lineare ma procede per quadri rituali divisi in due grandi parti: L’Adorazione della Terra e Il Sacrificio. Nella prima sezione la comunità celebra il risveglio della natura con danze collettive, processioni e cerimonie arcaiche. Un’anziana figura profetica annuncia il ritorno della primavera, le fanciulle si riuniscono presso il fiume e danzano antichi cerchi rituali, come il khorovod, mentre gli uomini partecipano a una danza di competizione quasi guerriera. Seguono la benedizione della terra da parte dei saggi e la scelta della prescelta tra le giovani del villaggio.
Nella seconda parte, dominata da un clima sempre più oscuro e sacrale, la comunità invoca gli spiriti degli antenati. L’Eletta viene consacrata e affidata ai saggi; infine danza sola fino allo sfinimento, in un sacrificio estremo destinato a garantire il rinnovamento della natura. L’immaginario del balletto affonda le radici nei riti primaverili delle culture slave e nelle feste stagionali come la Maslenitsa, che celebrano la fine dell’inverno e il ritorno della fertilità.
La versione originale di Nijinsky fu rappresentata soltanto poche volte – cinque repliche a Parigi e tre a Londra – prima di scomparire dal repertorio. Con il passare degli anni, tuttavia, l’opera rivelò la propria grandezza e divenne uno dei monumenti della modernità artistica.
La musica di Stravinsky, con i suoi ritmi martellanti, le armonie spigolose e la violenza sonora, si impose come una pietra miliare del Novecento e venne registrata innumerevoli volte; tra le interpretazioni più celebri figura quella del 1958 diretta da Leonard Bernstein alla guida della New York Philharmonic.
Nel corso del tempo il balletto ha ispirato centinaia di riletture coreografiche. Già nel 1920 Diaghilev ne affidò una nuova versione a Léonide Massine per i Ballets Russes, con il sostegno economico della stilista Coco Chanel, mentre nel 1941 Aurel Milloss ne propose una personale interpretazione al Teatro dell’Opera di Roma con scene e costumi di Nicola Benois. Nel 1957 la pioniera della danza espressionista Mary Wigman presentò a Berlino una versione intensa e simbolica, purtroppo in gran parte perduta. Negli anni successivi il balletto continuò a generare nuove visioni: Maurice Béjart ne realizzò nel 1959 una lettura divenuta celebre per la sua energia rituale, mentre Pina Bausch firmò nel 1975 a Wuppertal una delle interpretazioni più potenti della storia della danza contemporanea. In quest’ultima versione (entrata in repertorio, oltre all’Opéra di Parigi, anche al Teatro dell’Opera di Roma e al Teatro alla Scala di Milano) il palcoscenico era interamente ricoperto di terra, simbolo del legame primordiale con la natura, e il sacrificio finale veniva annunciato da un semplice vestito rosso che passava di mano in mano tra le donne del gruppo prima di essere indossato dalla prescelta.
Anche Martha Graham, che aveva interpretato l’Eletta nella versione di Massine durante una tournée americana negli anni Trenta, tornò sull’opera nel 1984 con una coreografia creata a novant’anni, trasformando la protagonista in una vera vittima sacrificale guidata da uno sciamano. Altri coreografi di primo piano – tra cui Glen Tetley, Angelin Preljocaj, Mats Ek ed Edward Clug – hanno continuato a confrontarsi con questa partitura, dimostrando quanto il balletto rimanga un terreno fertile per l’immaginazione scenica.
Particolarmente importante è stata la ricostruzione dell’originale di Nijinsky, a lungo considerato perduto. Grazie al lavoro della studiosa e coreografa Millicent Hodson e alle testimonianze storiche – comprese quelle di Marie Rambert – la coreografia venne ricreata nel 1987 dal Joffrey Ballet a Los Angeles con scene e costumi fedelmente ricostruiti. Successivamente lo stesso allestimento fu ripreso dal Teatro Mariinskij e presentato nel 2013, esattamente un secolo dopo la prima, ancora al Théâtre des Champs-Élysées.
Tra le numerose interpretazioni successive si ricordano anche quelle di Romeo Castellucci, Sasha Waltz, Virgilio Sieni, Olivier Dubois, Vittorio Biagi, Molissa Fenley, Marie Chouinard, Marinel Stefanescu, Carlotta Ikeda, Taro Saarinen, Riamund Hoghe, Heddy Maalem, Georges Momboye, Xavier Le Roy, Cristina Rizzo, Michael Clark, Jean-Claude Gallotta, Michela Lucenti, Mauro Bigonzetti, Javier De Frutos, Goyo Montero, Susanna Beltrami, Yuka Oishi, Germaine Acogny, Emanuel Gat, Enrico Morelli, Julies Lestel, Yang Liping, Fredy Franzutti, John Neumeier, Roberta Ferrara, Francesco Nappa e molti altri coreografi che hanno trasformato il balletto in una sorta di laboratorio permanente della danza contemporanea. Gli studiosi hanno stimato che già nel 2008 esistessero circa duecento versioni differenti della Sagra, una cifra che negli anni successivi ha continuato ad aumentare fino a diventare oggi difficilmente quantificabile con precisione: il numero esatto rimane sconosciuto, ma è universalmente riconosciuto come in costante crescita, destinato ad arricchirsi di nuove interpretazioni e riletture coreografiche di anno in anno..
L’opera continua infatti a esercitare un fascino irresistibile: la sua combinazione di musica rivoluzionaria, ritualità arcaica e violenza simbolica continua a interrogare coreografi e spettatori. La figura dell’Eletta che danza fino alla morte per il bene della comunità resta una delle immagini più potenti del teatro del Novecento, un archetipo tragico che ha attraversato generazioni di artisti. In questo senso La Sagra della primavera non è soltanto un balletto, ma un mito moderno: una creazione che, nata tra scandalo e incomprensione, è diventata una delle opere più influenti e continuamente reinventate della storia della danza e della musica.
Michele Olivieri
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