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Il direttore artistico Stéphane Fournial “allo specchio”

Qual è il tuo balletto classico preferito?
Giselle, senza alcun dubbio. Credo sia uno dei più grandi capolavori mai creati nella storia della danza. È un balletto che riesce a unire tecnica, poesia, teatro e musica in un equilibrio perfetto. Ogni volta che lo guardo o lo rivivo, mi ricorda una lezione fondamentale: la tecnica è indispensabile, ma da sola non basta. Diventa arte soltanto quando smette di mettersi in mostra e si mette completamente al servizio dell’emozione e del racconto. È proprio questo che rende Giselle immortale.

Qual è il tuo balletto contemporaneo preferito?
Ho avuto la fortuna di lavorare con un artista che considero un autentico genio: Joseph Lazzini. Opere come Ecce Homo, E = mc², Il Mandarino Meraviglioso e Salomé erano incredibilmente avanti rispetto al loro tempo. Ma ciò che mi ha lasciato non è stato soltanto un patrimonio coreografico. Da lui ho imparato che una coreografia non è fatta soltanto di passi. È fatta di atmosfera, di silenzi, di luci, di spazio, di ritmo teatrale. Mi ha insegnato a vedere il palcoscenico come un luogo dove ogni elemento racconta qualcosa e dove nulla è lasciato al caso. È un insegnamento che mi accompagna ancora oggi.

Il teatro a cui sei più legato?
Un teatro, per me, non è speciale soltanto per la sua storia o per la sua architettura. Diventa speciale grazie alle persone che lo abitano, ai valori che rappresenta, al rispetto che si respira tra chi vi lavora ogni giorno. Ho avuto il privilegio di conoscere teatri meravigliosi in tutto il mondo, ma ciò che rende davvero unico un luogo non sono le sue mura: sono l’umanità, la cultura e l’amore per quest’arte che riesce a trasmettere. Sono questi gli elementi che trasformano un teatro in una vera casa.

Se potessi trasformare un romanzo in balletto, quale sceglieresti?
Sceglierei La Grazia Invisibile, il romanzo a cui sto lavorando da oltre due anni e mezzo. È una storia ispirata a fatti reali che unisce danza, arte e spiritualità. In realtà nacque inizialmente come progetto cinematografico. Soltanto durante la scrittura mi sono reso conto che quella storia aveva bisogno di diventare prima un romanzo. Credo però che possieda anche una forte dimensione teatrale e che un giorno potrebbe vivere molto bene sul palcoscenico. Se dovesse accadere, non vorrei essere io a coreografarlo. Mi piacerebbe affidarlo a un grande coreografo, capace di entrare nell’anima della storia e trasformarla in movimento con uno sguardo diverso dal mio. Credo che ogni forma d’arte abbia bisogno della libertà e della sensibilità di chi la interpreta.

Quale film trasformeresti in un balletto?
La risposta, per me, esiste già. Fronte del porto (On the Waterfront). Ebbi il privilegio di interpretare il ruolo principale in un balletto creato appositamente per me dalla coreografa Madeleine Bart, sulle musiche di Leonard Bernstein. Sembrava quasi impossibile immaginare quel film trasformato in danza. E invece nacque uno spettacolo straordinario. La forza della storia, le tensioni, i combattimenti, la vicenda d’amore, le luci, i costumi e l’atmosfera furono ricreati con una tale intensità da dimostrare che la danza può raccontare il cinema senza perdere nulla della sua forza narrativa. Fu un’esperienza che porto ancora nel cuore.

Qual è il costume di scena che hai amato di più?
Per la sua eleganza e semplicità direi quello di Giselle. È uno di quei costumi che dimostrano come non serva l’eccesso per essere indimenticabili. Porto però nel cuore anche i costumi creati per i balletti di Joseph Lazzini, molti dei quali erano chiaramente ispirati all’universo visionario di Federico Fellini. Erano costumi che non si limitavano a vestire un personaggio: contribuivano a raccontarlo. Se invece penso al più grande costumista con cui abbia lavorato, il nome è senza dubbio Germinal Casado. Le sue creazioni erano autentiche opere d’arte. Non sempre erano le più comode da indossare, ma avevano una forza estetica straordinaria. Ogni costume possedeva una propria identità e dialogava con la scena, con la luce e con la musica.

Di che colore è la danza?
Se dovessi descriverla con il cuore direi bianco, grigio e blu profondo. Il bianco rappresenta la purezza del gesto. Il grigio tutte le infinite sfumature della ricerca. Il blu quella profondità che ogni artista cerca durante il proprio percorso. Ma devo moltissimo anche a Joseph Lazzini. Fu lui a insegnarmi che la luce non serve soltanto a illuminare il palcoscenico, ma può diventare essa stessa coreografia. Ricordo ancora quando lavorava con i tre colori fondamentali — rosso, verde e blu — riuscendo, con apparente semplicità, a trasformare completamente lo spazio scenico. Attraverso la luce moltiplicava visivamente i danzatori, modificava la percezione dello spazio e creava atmosfere sorprendenti. Fu una lezione di teatro che non ho mai dimenticato.

Che profumo ha la danza?
La danza non ha il profumo del legno o del palcoscenico. Per me ha il profumo della crescita. Ha il profumo della disciplina che, con il tempo, diventa autodisciplina. Ha il profumo del rispetto, del sacrificio, della perseveranza. È una scuola di vita. Anche chi non diventerà mai un professionista porterà con sé quei valori per tutta l’esistenza. Per questo credo che la danza non formi soltanto ballerini. Formi persone.

Qual è la musica di balletto più bella mai scritta?
È una domanda alla quale non riuscirò mai a rispondere con un solo titolo. Come si può scegliere tra Čajkovskij, Prokof’ev, Adolphe Adam, Ravel e tanti altri compositori straordinari? Ognuno ha saputo raccontare un universo diverso. Credo però che oggi dovremmo avere anche il coraggio e la curiosità di guardare oltre i grandi capolavori che tutti conosciamo. Esistono compositori meno celebri che hanno scritto pagine meravigliose e che meritano di essere riscoperte. La storia della danza è ancora piena di musica che aspetta soltanto di tornare a vivere sul palcoscenico.

Un film sulla danza indispensabile?
Sono cresciuto guardando Fred Astaire, Gene Kelly e Cyd Charisse. Erano artisti capaci di far sembrare semplice ciò che semplice non era affatto. Successivamente arrivarono film come Scarpette Rosse e West Side Story, che mi affascinarono anche perché dietro quei musical c’erano interpreti con una solida formazione classica. Ricordo ancora quanto mi colpirono alcune immagini delle prove: i ballerini in jeans alla sbarra, impegnati nella normale lezione di danza classica. Quelle scene raccontavano una verità che il pubblico spesso non vede: dietro la magia dello spettacolo esiste sempre un lavoro quotidiano, rigoroso e silenzioso. Infine arrivò Il punto di svolta (The Turning Point). Credo che quel film abbia avuto un’importanza enorme perché contribuì a far conoscere il balletto a un pubblico molto più vasto. Molti spettatori scoprirono, anche grazie alla presenza di Mikhail Baryshnikov, un livello artistico della danza che fino ad allora apparteneva soprattutto agli appassionati. Tutti questi film, in modi diversi, mi hanno insegnato che la danza può emozionare chiunque, quando riesce a raccontare la verità dell’essere umano.

Una leggenda della danza: un uomo e una donna.
È difficile scegliere, perché ho avuto il privilegio di conoscere artisti straordinari. Se però devo indicare un uomo e una donna, scelgo Vladimir Vassiliev e Noëlla Pontois. Vassiliev è stato il mio idolo da ragazzo. Anni dopo ho avuto il privilegio di lavorare con lui e ho scoperto una grandezza non solo artistica, ma anche umana. Noëlla Pontois rappresenta invece tutto ciò che amo della scuola francese: eleganza, rigore e intelligenza artistica. Per me il suo nome ha anche un significato particolare, perché appartiene alla mia famiglia. Questo rende la mia ammirazione ancora più profonda, ma non la condiziona: l’avrei considerata una delle più grandi étoile francesi anche se non avessi avuto questo legame. In realtà potrei citarne molti altri. Quella generazione ha lasciato un patrimonio artistico che continua ancora oggi a insegnarci cosa significhi davvero essere interpreti.

Qual è il tuo passo o movimento preferito?
In realtà non ho mai avuto un passo preferito. Quello che mi emoziona è il movimento che nasce dalla musica con tale naturalezza da sembrare semplice, quasi inevitabile. La danza, in fondo, assomiglia molto alla musica. La musica utilizza soltanto poche note, eppure con quelle note si possono scrivere una sinfonia, un requiem, un concerto o una semplice melodia. Nella danza accade qualcosa di molto simile. Un plié può diventare un salto, una pirouette, un equilibrio, un gesto teatrale o un’emozione. Non è il singolo passo a fare la differenza, ma la consapevolezza con cui viene trasformato. È questa la magia della danza.

Tra i personaggi del balletto classico, chi vorresti essere nella vita reale?
È una domanda alla quale non riesco a rispondere con un solo nome. Forse Romeo, per la sua capacità di amare senza riserve. Forse Spartacus, per il coraggio e il desiderio di libertà. Oppure Creonte, perché rappresenta il conflitto tra il dovere, il potere e la coscienza. La bellezza del teatro è proprio questa. Ogni personaggio ci permette di vivere emozioni e contraddizioni che appartengono anche a noi. Alla fine non scegliamo soltanto un ruolo. Scegliamo una parte della nostra umanità.

Chi è il più grande genio della coreografia?
Quando si usa la parola “genio” bisogna essere molto prudenti. Nella storia di un’arte i veri geni sono pochissimi. Se penso al balletto classico, il primo nome che mi viene in mente è Marius Petipa. Per me il genio non consiste nell’inventare molti passi, ma nel creare un linguaggio capace di attraversare il tempo. Ciò che mi affascina maggiormente è il suo rapporto con la musica. Ho avuto la fortuna di vedere i manoscritti in cui la partitura orchestrale dialoga con la costruzione coreografica: le entrate, le diagonali, i disegni del corpo di ballo, ogni dettaglio della scena è già pensato insieme alla musica. È come osservare un capolavoro di alta sartoria, cucito punto dopo punto. È questa, per me, la definizione di genio. Naturalmente la storia della danza ha conosciuto altri straordinari innovatori. Michel Fokine, ad esempio, ha rivoluzionato il linguaggio del balletto aprendo la strada alla modernità. Ma se devo pronunciare un solo nome, scelgo senza esitazione Marius Petipa.

Se potessi incontrare Tersicore, cosa le diresti?
Le farei una domanda che mi accompagna da molti anni. Perché, in qualsiasi parte del mondo, la musica viene insegnata come un linguaggio accessibile a tutti? Chiunque può imparare il solfeggio, leggere una partitura o suonare uno strumento, pur sapendo che non tutti diventeranno Rubinstein. Perché nella danza non siamo ancora riusciti a fare la stessa cosa? Perché non siamo ancora capaci di insegnarla come un linguaggio universale, indipendentemente dal fatto che una persona diventi o meno un professionista? Sono convinto che la danza abbia lo stesso valore educativo, culturale e umano della musica. Dovrebbe entrare nella formazione delle persone con la stessa naturalezza. Perché imparare a conoscere il proprio corpo significa imparare anche a conoscere sé stessi.

In tre parole, come descriveresti la disciplina della danza?
Disciplina. Curiosità. Passione. Sono tre parole che, secondo me, non possono essere separate. La disciplina è il punto di partenza. È come imparare a leggere e a scrivere: servono pazienza, metodo, costanza e il desiderio di costruire basi solide. Senza queste fondamenta non può nascere nulla di duraturo. Poi arriva la curiosità. Ed è forse la qualità che mi sta più a cuore. La curiosità non significa soltanto voler imparare un esercizio o perfezionare una tecnica. Significa desiderare di conoscere il proprio corpo, la musica, la storia della danza, i grandi interpreti, i grandi coreografi, le diverse scuole e tutto ciò che appartiene a quest’arte. È ciò che vedo accadere naturalmente in molti altri ambiti. Un ragazzo appassionato di calcio, anche se non diventerà mai un calciatore professionista, conosce la storia della propria squadra, dei grandi campioni, degli allenatori, delle competizioni e spesso anche delle squadre avversarie. Vorrei vedere la stessa curiosità anche nella danza. Infine arriva la passione. Ma la passione non significa pensare alla danza ventiquattr’ore su ventiquattro. Significa lasciarsi trasformare da essa. La danza entra nel modo di camminare, di parlare, di osservare il mondo, di rispettare gli altri e sé stessi. Diventa un modo di essere. Ed è forse questo l’aspetto che oggi mi manca di più: vedere una passione vissuta con questa profondità.

Quando oggi ti guardi allo specchio, cosa vedi?
A dire il vero mi guardo poco allo specchio. Lo faccio il tempo necessario per radermi e poco più. Se però la domanda è che cosa vedo davvero quando mi guardo, allora la risposta è diversa. Non vedo una persona perfetta. E non l’ho mai vista. Ho convissuto fin da bambino con le mie insicurezze e, in fondo, non mi hanno mai abbandonato. Ho imparato però a non lasciare che fossero loro a guidare la mia vita. Sono sempre stato molto severo con me stesso e continuo a esserlo, forse anche troppo. Ma se c’è una cosa di cui vado serenamente fiero è di non aver mai accettato compromessi con i miei valori. Questa scelta, in alcuni momenti della mia carriera, mi è probabilmente costata incarichi e opportunità. Ma non ho mai voluto entrare in giochi che non mi appartenevano. E non me ne sono mai pentito. Oggi il giudizio degli altri non ha più alcun peso per me. Semplicemente non mi importa. Ho imparato che molte persone credono di conoscere qualcuno senza sapere davvero chi sia, cosa abbia vissuto, cosa pensi o quali scelte abbia dovuto affrontare. Per questo non permetto più che siano le opinioni degli altri a definire chi sono. Mio padre diceva sempre: “Chi non fa niente, non rompe niente. Chi fa qualcosa può anche sbagliare”. È una frase che porto ancora con me. Preferisco sbagliare restando fedele ai miei valori, piuttosto che vivere cercando l’approvazione degli altri. Forse è proprio questo che oggi vedo quando, ogni tanto, mi fermo davanti a uno specchio: non una persona perfetta, ma una persona che, nonostante gli errori, ha sempre cercato di restare coerente con sé stessa.

Michele Olivieri

www.giornaledelladanza.com

© Riproduzione riservata

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